Resoconto di un esame

Resoconto scritto poco dopo aver sostenuto l’esame. Svegliarmi combattuta, tra il “vado” e il  “non vado”, incertezza che, dall’inizio della mia carriera universitaria, subentra, sempre e rigorosamente, la notte prima degli esami; come il titolo di quel famoso film. Domandarmi, un’ora e 30 minuti dall’inizio, come mi vesto, figlia dei fiori o manager d’azienda? Propendo per un mix. Pantalone nero, camicia bianca a righe lilla verticali, con maniche corte (a sbuffo) celate da un blazer, rigorosamente nero; ai piedi, immancabili, stivaletti neri (da motociclista nell’anima). Borsa, color corda, a tracolla (le mie preferite) con un tocco di verde, orologio al polso, verde acqua, sempre con me. Nella penombra, di un appena nato mattino di inizio aprile, lancio due penne nella borsa, una nera e una blu. Per fortuna (dirò dopo). Arrivo in università e non riesco a trovare l’aula, ma si sa, chi cerca, prima o poi, trova. Ore 8,30, arrivo nella grande aula a gradoni e, poco dopo il mio ingresso, chiamano il mio cognome e mi consegnano il compito. Ringrazio, trovo un posto, mi siedo. Senza accorgermi di una borsa, lasciata incustodita, accanto al posto prescelto. La proprietaria arriva, mi chiede di spostarmi. Mi alzo e cerco un altro posto, provo sotto in prima fila, ma sono tutte occupate. Torno su, faccio alzare un ragazzo e mi siedo  al centro della fila, alla mia sinistra un altro ragazzo. Tolgo l’orologio che indosso al polso sinistro e che, da mancina quale sono, mi rende difficile scrivere. Lo appoggio accanto al foglio. Comincio. Inizio a scrivere con la penna nera, che cede allo scrivere del mio nome, costringendomi a sostituirla con quella blu (grazie previdenza). Al fine di una comprensione immediata da parte della docente, opto per lo stile stampatello maiuscolo. Non prendo fogli di brutta, rispondo direttamente alle domande, un foglio per ogni risposta. Mentre scrivo, faccio cadere l’orologio, sotto una sedia, nella fila davanti alla mia. Un docente scrive sulla lavagna l’ora della consegna, 10,40. Finisco il compito. Chiedo (scusandomi) alla ragazza seduta davanti a me, di passarmi l’orologio e, nello stesso istante, al ragazzo seduto alla mia destra, di alzarsi per farmi passare. Consegno la prova d’esame alle 9,40, un’ora giusta dopo l’inizio. Firmo. Ho finito, sono nuovamente libera e pronta per il prossimo.

Ps oggi, 10 aprile, ho ricevuto l’esito, Trenta e Lode!

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Domenica 4 febbraio


Ci sono giorni, come questa domenica, che trascorrono lenti e quasi mi sembra che le lancette dell’orologio, avanzino più lentamente del solito, camminando al mio stesso passo. Un camminare piano, che mi permette di mirare e rimirare le cose. Lento come il caffè sorseggiato caldo, insieme a una cara amica. Lenta, come la coda al semaforo di mattina. Lento, come il disfarsi delle cose superflue e delle scartoffie del passato, che ancora dimorano luoghi della casa. E io, con fare lento, li adagio nel bidone della carta. Faccio spazio e riordino la mia casa. Che oggi, più che mai, respiro, vivo e plasmo. Lento, come il godere del sole caldo di questa prima domenica di febbraio, che porta una magia, quella di tramutare l’inverno in primavera.

Nel mio riordino, ho adibito la casa delle bambole, presente nella camera delle ragazze, a libreria per bambini. Al suo interno, ho posizionato anche l’enciclopedia del corpo umano di quando ero bambina.

“Credi in te stessa…e negli unicorni”
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Sull’uscio

Alcune persone vivono sull’uscio di una casa che, un tempo, neanche troppo lontano, avete condiviso. Non entrano e non escono. Non vanno e non tornano. E lo fanno per giorni, mesi, anni. Tu rimani lì, tra un giro di chiave, una porta sprangata e una spalancata. Sostano a metà. E tu,  per promesse compiute nel passato e figli creati insieme, doni loro la tua infinita fiducia. Attendi. Poi, d’un tratto, ti rendi conto che il tuo bene viene ridicolizzato e beffato e allora costruisci una muraglia cinese intorno al cuore e all’uscio di casa. E loro se la prendono anche. Ma è solo per una ragione, sono stati scoperti.

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