La città dei sassi

Sole a picco su case, piccole chiese e grandi pietre, quaranta gradi all’ombra. Case e ristoranti e piccoli ristori, creati nella roccia; la parte della città più recente si mescola con quella antica. Il colore bianco, che fa coppia fissa con l’azzurro del cielo, ti riempie gli occhi. Delle nuvole, neanche un abbozzo lieve. Turisti tanti, ma c’era posto per tutti. Era un tanto ordinato, credo di non averlo mai visto prima. Forse per il fatto di essere andati, il giorno 12 di agosto, in una città senza mare. Tolgo il forse, è così.  Sorseggiando un caffè riesci ad ascoltare, contemporaneamente, lingue diverse, che si mescolano, in un incessante susseguirsi di risate e suoni sconosciuti. E, tra quelli, mi scoprivo sorpresa a udirne qualcuno di già conosciuto. Come quella famiglia, seduta al tavolo di fronte al nostro, nel bar della piazza centrale, che parlava spagnolo; o come la famiglia americana, che ha scelto di pranzare nel nostro stesso posto, in piazza San Giovanni Battista. La proprietaria di questo delizioso posticino, che serve piatti tipici, si chiama Imma, come la omonima protagonista della fiction, girata proprio nella piazza medesima; dove noi abbiamo sbocconcellato il nostro delizioso e fresco pasto, allietando i nostri palati con un piatto tipico,  la Cialled. Gustoso e semplice, composto da pezzi di pane, pomodori, cipolle, cetrioli e basilico.  Le persone del posto sono cordiali, così come lo è stata Imma con noi, così disponibile e sorridente, da farci sentire a casa. Anche il proprietario del ristorante della grotta, ci ha invitato a scendere per andare a vedere la vista dalla terrazza. Che dava sulla parte antica, di struggente bellezza. Un’altra scoperta curiosa è stato apprendere che qui il melone è l’anguria.  Quindi, se lo ordini, ti portano quello rosso e non quello arancione. Nel nostro viaggio verso casa, Matera è  stata una sosta scelta, prima di partire. Città bella fra le belle, capace di sopravvivere al tempo e di conservarne, intatta,  la storia e la tradizione; essa possiede una capacità rara, quella di fartene innamorare perdutamente. 

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Nonno Tano

Sei giunto in questo strano mondo, che procede al contrario ormai, in un tempo lontano di un giorno di quasi primavera. Il due per l’esattezza, del secolo scorso, 1926. Di dispari solo il mese. Avevi i capelli rossi, le lentiggini e gli occhi tra il verde e l’azzurro. Il sorriso, tratto distintivo del tuo volto, lo portavi con te ovunque. E mai mancava la battuta pronta e una parola azzeccata, per ogni evento o emozione. E poi ridevi, tanto e noi con te. Del periodo della scuola elementare (ora scuola primaria) che frequentavo vicino alla tua casa, ricordo perfettamente il profumo del tuo dopobarba al mattino presto. Eri  intento a raderti davanti allo specchio. Quello specchio, che, nel tempo, non è mai stato cambiato. L’unica cosa cambiata era il riflesso di noi. Prerogativa dello specchio è restituire il vero del tempo. Fa strano specchiarsi in uno specchio che ti conosce dal principio. Ti ha visto piccola, bambina; conosce le tue boccacce, le tue smorfie, i tuoi sorrisi e anche le tue lacrime. E tu eri lì, accanto a me, anche nel suo riflesso. E ora, ora non più. Posso immaginare il tuo volto,  finalmente disteso e il tuo arrivo dall’altra parte. Credo tu sia giunto nella “stazione degli arrivi” su un treno diretto, nessuna fermata tra partenza e arrivo. Al capolinea, ci sarà stata la nonna ad attenderti. Ti avrà, quasi certamente, portato delle leccornie preparate sul momento. Di fatto ha avuto così poco tempo che, anche lei, avrà dovuto correre. Come hai fatto tu, sembrava ti fossi ripreso invece, sei corso “dall’altra parte” senza preavviso alcuno. E noi rimaniamo da questa parte, sotto un cielo, apparentemente diverso, a pensare di te. Te che hai vissuto tanto e hai raccontato la tua storia, in tanti modi diversi, ma pur sempre la stessa. Fanno così le anime belle, lasciano traccia di sé in ogni gesto e parola. Affinché ognuno possa, ogni giorno, respirarne un poco. Come faccio oggi, una domenica, la prima, in cui tu non sei più qui. MA SARAI SEMPRE, poiché è così che sanno essere i nonni. E tu sei il mio nonnino, il mio Nonno del Cuore.

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Quota 11

Scrivere è il modo che preferisco per rivisitare il passato, raccontarlo, rielaborarlo. Ieri è stato un giorno speciale, in cui tu, piccolina, hai compiuto 11 anni. Età che va oltre le 10 dita, o meglio,  tutte e dieci non ti basteranno più per contare i tuoi anni. È l’età della quasi adolescenza, in cui tutto si sente con una forza maggiore. Tutte le tue emozioni sono dirompenti e sei energia allo stato puro. Questi mesi passati, sono stati intensi. Momenti che ti hanno permesso di fortificare e forgiare il tuo carattere, creando legami forti con le tue amiche e compagne di avventura. Una delle tue avventure preferite è andare a cavallo, sport che non vedi l’ora di praticare e che svolgi,  tutte le settimane, con impegno e dedizione. Ti guardo crescere e i miei occhi si riempiono di gratitudine.  Per quello che sei stata, per quello che sei oggi e per quello che sarai. Il mestiere del genitore è il più difficile; e, quel che è certo, non esiste una ricetta da seguire o un foglietto con le avvertenze consegnatoci alla nascita. No, voi arrivate nel mondo e noi, da perfetti neofiti, cerchiamo di fare del nostro meglio. Rincorrendo il tempo, pensando di fare giusto, riprovando e aggiustando il tiro in corsa, un numero indefinito di volte. Non si diventa esperti mai, il rendimento lascia sempre un poco a desiderare poiché, si sa che, come fai, sbagli! Da qui non si scappa e si accoglie questa consuetudine come un comandamento. In caso di errori, bisogna ricordarsi che saranno, sempre e comunque, sbagli pieni zeppi d’amore. Ancora Buon compleanno Poppy (papaverina).

Ciao,

mamma

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